giovedì 30 marzo 2017

Definizione del 'genere'

Di norma tutti i saggi sul cinema carcerario si aprono con la citazione di quello che fu prototipo assoluto del genere, ossia"The big house" (1930), di Mervyn LeRoy, efficacemente interpretato da Chester Morris e Wallace Beery.
Ciò perchè in effetti esso per primo fissò la maggior parte dei tratti distintivi di questa tipologia di film: fin dal suo incipit, lo spettatore si trova a vivere in modo realistico l'esperienza di un neo-carcerato, e nella fattispecie del personaggio di Kent Marlowe ( l'attore Robert Montgomery), che viene sottoposto alla trafila disumanizzante che trasforma tutti i detenuti da persone in numeri, dal momento in cui mettono piede in un carcere. E poi, via via nel corso del film, quasi tutti gli stilemi e i topoi del genere carcerario vengono stabiliti ( la mensa, la rivolta, la spia, la solidarietà fra detenuti, la privazione dell'affetto dei cari, il rapporto conflittuale con le guardie e il direttore del carcere, ecc).
Noi scegliamo invece di cominciare la nostra riflessione sui 'prison movies' dal film "La donna di sabbia"(1964), di Hiroshi Teshigahara, premiato a Cannes per la regia. E ciò perchè esso ci consente di affrontare preliminarmente il problema dei confini definitori del genre carcerario. Infatti, "La donna di sabbia", tratto da un omonimo romanzo di Kobo Abe, narra la storia di un entomologo a caccia di rari insetti, che come una mosca nella tela di un ragno, finisce prigioniero di una donna che vive all'interno di una caverna sotterranea nel deserto.
Una caverna, non un penitenziario istituzionale. E allora la domanda che ci si pone è se questo come tanti altri film che raccontano storie di prigionia diverse da quelle site in luoghi deputati dallo Stato ad infliggere la privazione della libertà personale, possano essere ricompresi o meno.
E possiamo anticipare che mentre noi propendiamo per la loro piena cittadinanza ( pur come sotto-genere) la maggior parte degli studiosi più autorevoli li escludono decisamente. 
Infatti, per 'prison movie' gli esperti  intendono un'opera cinematografica la cui azione narrativa si svolga esclusivamente o prevalentemente nel chiuso di una prigione in senso stretto, sia che questa vada limitata ai penitenziari civili ( come afferma Kevin Kehrwald,  in "Prison movies, cinema behind the bars")  sia che comprenda anche quelli di tipo militare ( come invece suggerisce Bruce Crowther, nel suo saggio "Captured on film").
E' quindi dibattuta, fra gli studiosi  del genere, l'appartenenza a questo tipo di cinema delle pellicole che narrano vicende di prigionia in tempo di guerra ( per es. “La grande fuga” ), ma si escludono decisamente quelle ambientate in istituzioni mentali ( si pensi a “Qualcuno volò sul nido del cuculo”) e quelle snodantesi in esperienze detentive in senso lato ( vedi “The thruman show”, "La donna della sabbia", "Old boy" ecc.)

Così, per esempio, si è autorevolmente espresso di recente il già citato autore Kevin Kehrwald, l quale sostiene che per essere definibile 'prison movie' un'opera cinematografica deve incentrarsi sulla storia di uno o più personaggi che siano in attesa di giudizio penale o siano stati processati e condannati per crimini, a prescindere dalla loro colpevolezza o innocenza.
Dello stesso avviso, sono Eric Penumbra e Paul Mason che nel web hanno scritto pagine significative sul tema.
https://www.prisonmovies.net/lets-go-to-prison-2006-usa  (Eric Penumbra)
http://www.imagesjournal.com/issue06/features/prison.htm (Paul Mason)


Noi invece ribadiamo di voler scegliere una interpretazione estensiva della categoria anche rispetto ai film che abbracciano contesti di prigionia 'atipici' ( come "La gabbia", per citarne uno italiano), purchè la vicenda di detenzione si svolga in luoghi comunque fisicamente ristretti , muniti di 'barriere architettoniche' insormontabili e in cui sia presente un carceriere il quale privi il suo prigioniero dell'esercizio della libertà di autodeterminarsi e di circolare liberamente.

Poste tali premesse, va detto che è negli Stati Uniti che questi film hanno avuto la più prolifica produzione, rispetto a Paesi come Francia ed Italia, che pur vantano una forte propensione generale per il cinema di genere, specie se si pensa agli anni sessanta e settanta. 
Il cinema carcerario da noi ( e in generale in tutta Europa) non ha avuto infatti, uno sviluppo comparabile, almeno in quantità, a quello americano.
Va detto, tuttavia, che i pochi esempi di cinema d''essay' che si sono incentrati su vicende detentive ( facendo coincidere dunque, cinema di genere e cinema d'autore) sono stati soprattutto opere europee, fin dal tempo di "Sex in chains", di William Dieterle, ma soprattutto con "Un condannato a morte è evaso" di Robert Bresson , "La grande illusione" di Renoir, o " Un canto d'amore" di Junet.

In particolar modo, se si guardi all'approccio dei registi del vecchio continente al tema, molto più realistico, bisogna evidenziare una differenza fondamentale con il cinema statunitense, ossia la scarsa propensione alla esaltazione di figure eroiche e 'muscolari', di super-uomini che si impongono fra i detenuti per la loro abilità nel combattimento corpo a corpo e per la inossidabile volontà di darsi alla fuga quasi sempre con successo .L'happy-end  e il titanismo sono infatti malattie quasi inguaribili per gli americani , eccezion fatta per la grande stagione del 'noir'( vedi invece, il fallimento del tentativo di evasione nel capolavoro francese “Il buco”).
Emblematici, in questo senso, sono due dei capisaldi del genere carcerario americano , come “Fuga da Alcatraz” 
e “Le ali della libertà”, così radicalmente diversi rispetto a film come “A cavallo della tigre” di Comencini o a “Detenuto in attesa di giudizio” di Nanni Loy, per fare alcuni esempi italiani: da noi è l'uomo medio che viene calato traumaticamente in una situazione straordinaria di privazione e pericolo e lo si trova quasi sempre sprovveduto. L'unica eccezione a questa regola, nel cinema carcerario italiano, è costituita da "il camorrista", di Tornatore.

Il meccanismo di identificazione dello spettatore di un film carcerario americano dunque diverge enormemente da quello vissuto assistendo ad un film europeo: dato che nel primo caso egli ha la possibilità di proiettare le proprie segrete aspirazioni al superomismo e volare con la fantasia, provando per quei 90 minuti di film la sensazione liberatoria di essere speciale. 
Trovarsi in mezzo a criminali incalliti e a secondini sadici, pronti a farti la pelle al primo errore e farti rispettare per la tua risolutezza e forza fisica e morale è impagabile e vale il prezzo del biglietto del cinema. 
Quando invece guardi un film italiano e ti confronti con personaggi come quelli interpretati da Manfredi ( in "A cavallo della tigre") o da Sordi ( in "Detenuto in attesa di giudizio") si rivivono le proprie debolezze e si riscopre il proprio autentico essere, con ogni fragilità e miseria, anche perchè tutti noi viviamo situazioni di 'prigionia' mentale dalle quali vorremmo trovare una via di fuga e non sempre siamo in grado di guadagnarcela, perchè non abbiamo un piano valido o non siamo in grado di portarlo a termine.
Frank Morris/Clint eastwood, invece, in "Fuga da Alcatraz" , non perde un solo istante  a piangersi addosso per il fatto di essere finito nell'isola del diavolo dalla quale nessuno può fuggire, e al contrario dal minuto 1 della sua detenzione, concentra ogni sua energia sull'obiettivo dell'evasione, infine coronando di successo la sua impresa. 

Naturalmente, esistono tante eccezioni a questa generale 'tendenza eroica' del cinema carcerario americano e basti considerare " Fuga di mezzanotte", per esempio, dove il protagonista principale detenuto è un uomo comune. 

Ma prima di occuparci delle singole recensioni dei prison movies dagli anni venti ai nostri giorni, va segnalato che possono distinguersi almeno sei sottocategorie/temi, ovvero
 1) women in prison; 
2) sport; 
3) pena di morte;
4) omosessualità; 
5) detenzione privata; 
6) razzismo

1) WIP

Il primo sottogenere del cinema carcerario, legato alla tradizione della 'sexexploitaion' è comunemente indicato con l'acronimo di WIP ( Women in prison).
Esso  risulta caratterizzato dalla narrazione di vicende di prigionia al femminile, del quale esamineremo anche qualche titolo, segnalando comunque che sia in Italia che in America si sono avuti esempi di questi film di carattere non erotico e sicuramente non 'trash' come “nella città l'inferno”, con la grande Anna Magnani o “Ladies in the house” e "Caged" e recentemente, in Italia, "Fiore", un buon film di Claudio Giovannesi.

Infatti, il genere WIP nel cinema ha una data di nascita antichissima e risale addirittura all'epoca del muto.

Così nel 1929, Cecille de Mille gira "The godless girl" ( titolo italiano "Donna pagana"), che racconta la storia di Judy ( l'attrice Lina Basquette), una giovane donna atea, che viene imprigionata per aver fomentato dei disordini pubblici nei quali perderà la vita uno studente.
Al termine della vicenda, segnata dalla brutalità e dal sadismo delle guardie carcerarie durante la sua detenzione, Judy scoprirà persino la Fede. 
Dunque un racconto di pena e redenzione.

Con l'avvento del sonoro e del cinema americano cosiddetto 'pre-code', ancora negli anni trenta, si segnalano poi diversi film del genere women in prison e qui ne citiamo tre caratteristici:

" Ladies of the big house" (1931), di Marion Gering, con Silvia Sidney; 
"Ladies they talk about" ( 1933), di Howard Bretherton, con la diva nascente Barbara Stanwick;"The sin of Nora Moran" (1933), di Phil Goldstone, con Zita Johann, quest'ultimo film particolarmente interessante, che narra la vicenda di una donna condannata a morte per avere ucciso un uomo che l'aveva violentata. 

Notevoli le sequenze onirico-allucinatorie e da evidenziare anche l'uso sapiente dei flashback.

Nel 1944 esce nelle sale "Lady in the death house", di Steve Sekely, con Jean Parker
Storia di una donna ingiustamente condannata alla sedia elettrica, che è salvata in extremis dall'esecuzione.


E' negli anni cinquanta e sessanta che comunque il genere WIP viene in parte rivisitato e fissato con l'aggiunta di nuove caratteristiche peculiari, distinguendosi ancora più di prima dal 'cinema cugino' in cui detenuti sono gli uomini. 


A dettare i rinnovati stilemi sono alcuni film che escono nelle sale in questo periodo:

"Caged" (1950), con il titolo italiano "Prima colpa", di John Cromwell; 
"Women's prison" (1950), di Lewis Seiler, con Ida Lupino; "I want to live" (1958), titolo italiano "Non voglio morire", di Robert Wise , con Susan Hayward.


"Non voglio morire", in particolare, è un buon film drammatico che ottenne molte nomination all'Oscar, vincendone uno per la migliore attrice (la Hayward), in cui la protagonista è una prostituta che viene condannata a morte per un omicidio che non ha commesso. 


Nel '62 uscì " House of women" (1962), di Crane Wilbur, con Shirley Knight  e poi, a partire dagli anni settanta, si segna la grande svolta erotica, con la esplosione della sexexploitation.


Così il WIP prende una nuova direzione, divenendo sottogenere del cinema erotico e/o di quello horror, con maggiori o minori percentuali di incidenza degli elementi 'kunky' o di quelli 'splatter', a seconda del gusto del singolo regista. 


Come si può facilmente immaginare le storie narrate dai film WIP di questo periodo hanno comunque come oggetto principale il sadismo, espresso nelle disparate forme e tipi di abuso fisico (stupri, percosse, torture, ecc.) e psicologico ( ricatti, minacce, asservimento, ecc.)

Ed ecco, in ordine cronologico, tutti i women in prison degli anni settanta e ottanta, persino con qualche propaggine pornografica, in quelli novanta. 

 1)"Love camp 7" (1969) di R Lee Frost ( considerato un cult movie, perchè rappresenta l'inizio della sotto-serie 'Nazi-sexexploitation' );

2)"99 Women" (1969 ) di Jess Franco ( con una sensualissima Rosalba Neri);


3)"Women in cages" (1971), ovvero " Rivelazioni di un'evasa da un carcere femminile", di Gerardo De Leon ( qui da segnalare la presenza nel cast della prorompente e 'tarantiniana' Pam Grier ( 22ennee che il produttore del film è il grande regista Robert Corman);


4) "The big bird cage" (1972), di Jack Hill ( ancora Pam Grier protagonista) ;

5) "Prison girls",( 1972 ), di Thomas de Simone;

6) " She devils of the SS" (1973), di Erwin Dietrich;

7)  "Caged Heat" (1974) ovvero "Femmine in gabbia" di Jonathan Demme ( il regista de "Il silenzio degli innocenti" );

8) "Ilsa la belva delle SS"(1975), ovvero, " Ilsa she wolf of the SS",  di  Don Edmonds  (primo film della trilogia dedicata ad Ilsa e interpretata dalla mitica Dyanne Thorne);

9) "Le deportate della sezione speciale SS"(1976) , di Rino Di Silvestro;

10) "Ilsa, Harem keeper of the oil Sheiks" (1976);

11) "Gli utlimi giorni delle SS" (1976), di Batzella;

12) "Helltrain" (1977);

13) "Experiment love camp"(1977), di Sergio Garrone;

14) "Ilsa the tigress of Siberia" (1977);

15) "Casa privata per le SS"(1977) , di Bruno Mattei;

16) "L'ultima orgia del terzo Reich" (1977), di Cesare Canevari;

17) " KZ9 Lager di sterminio" (1977);

18) "Elsa Fraulein"(1977);

19) "La bestia in calore" (1977) di Ivan Katanski;

20) "Swedish nimpho slaves" (1977), di Jess Franco;

21) "Ilsa the wicked warden" (1977);

22) "Le lunghe notti della Gestapo" (1977);

23) "Big doll house" (1977), di Jack Hill;

24) "Nazi love camp" (1977), di Mario Caiano;

25) "Women in cellblock 9" (1977) , di Jess Franco;

26) "Desperate women" , di Ned Morehead;

27) "Violencia en una carcel de mujeres" (1982), di Jess Franco;

28) "Blade Violent - I violenti"(1983), altro titolo " Emanuelle in prison", di Gilbert Russel alias Bruno Mattei

29) "Perverse oltre le sbarre" (1984), di Sergio Garrone;

30) "Women's prison", di Vincent Dawn alias Bruno Mattei;

31) "Hell Behind Bars", di Sergio Garrone;

32) "Fury in the Tropics" ( 1987);

Negli anni ottanta e novanta ed a seguire, fino ai nostri giorni, si entra poi nel territorio del porno con alcuni titoli:


"Prison tres speciale pour femmes" ; 



Jailhouse Girls (1984);  


"Penitenziario femminile"(1996) , di Joe D'amato; 



"Aberrazioni sessuali in un carcere albanese", di Mario Conti / Giancarlo Bini ;




"Concetta Licata", di Mario Salieri;



" La vedova della camorra", ovvero "Orges carcerales", di Mario Salieri;




"Jasmine a la prison de femmes", di Marc Dorcel




"Prison" (2014), di Marc Dorcel;


"Sex in the prison camp";

"Prigioni molto speciali";



2)cinema carcerario e sport;


Virilità e machismo non possono che trionfare in un ambiente chiuso e darwiniano come quello carcerario, in cui l'aggressività e la rabbia cercano sempre vie di sfogo e lo sport, specie quello estremamente fisico e competitivo cade a fagiolo.
Dunque l'ingresso della boxe, della lotta, del football americano e del soccer nel racconto filmico apparve subito azzeccato, funzionale e spettacolare.

Il primo film ad adottare questa soluzione fu il cult “Quella sporca ultima meta” (The Longest Yard), del 1974 diretto da Robert Aldrich, con protagonista Burt Reynolds, così seminale da avere dato luogo a due sequel, uno nel 2001, in Gran Bretagna, dal titolo “Mean machine”, di Barry Skolnick e l'altro nel 2005, dal titolo “ L'altra sporca meta” ( ma quello originale è lo stesso del primo, ossia “The Longest yard”), diretto da Peter Segal, con Adam Sadler e la partecipazione/omaggio dell'ormai anziano Burt Reynolds.

E' rimasto ormai mitico il match fra guardie e secondini, nel film di Aldrich, con il giocatore professionista Paul "Wrecking" Crewe /Burt Reynolds, finito dentro per violenza alla propria donna e furto, che ritrova l'orgoglio e la dignità del campione, leader del proprio team, proprio nella fase finale della partita, dopo essersi venduto al direttore del carcere per evitare una condanna più severa.

In ordine di tempo, il secondo prison movie ad ospitare una storia di sport fu“Penitentiary” (1979), scritto e diretto da Jamaa Fanaka

La trama vede un giovane nero finisce dentro per avere difeso una prostituta dall'aggressione di due bikers bianchi, procurando lesioni gravi ad uno dei due.
Appena in prigione viene avvisato in tono minaccioso che dovrà sapersi difendere altrimenti soccomberà.

Un film di serie B degno di nota per avere anticipato la commistione di sport ( nella fattispecie un torneo di boxe fra detenuti) e cinema carcerario, in una cornice di blackexploitation tipica degli anni settanta.
Toni a tratti grotteschi e a tratti deliranti, ma tutto sommato godibile, entro i suoi limiti.
Cruda la sequenza del tentativo di violenza omosessuale ai danni del 'fresh fish' che riesce a difendersi benissimo dal brutale attacco e mostra la stoffa per affermarsi come pugile dietro le sbarre, dopo un duro training sotto la guida di un vecchio e simpatico preparatore.
L'eco di “Rocky “ di John Avildsen, e del rapporto fra mentore/Michey e allievo/Balboa qui appare evidente.
Incogruenti, infine, le sequenze in cui detenute e detenuti si trovano promiscuamente insieme, pretesto per qualche momento di esplicito erotismo.

Negli anni ottanta arriva l'altro cult movie Fuga per la vittoria” diretto da John Huston, in cui prigionieri di guerra inglesi e americani sfruttano una sfida calcistica per fuggire alla detenzione in un campo di concentramento nazista.

Inoltre, da menzionare, il divertentissimo film comico “Nessuno ci può fermare”, di Sidney Poitier, con Gine Wilder e Richard Pryor.
Qui lo sport è il rodeo e il torneo è l'occasione per l'evasione dal carcere.


3) Cinema carcerario e pena di morte

Fin dalle riflessioni del giurista italiano Cesare Beccaria nella sua opera “Dei delitti e delle pene”, si è evidenziato come la funzione della pena debba essere sia di punizione che di emenda, trovando la sua ratio nella 'rieducazione' del detenuto e dunque la morte per esecuzione si pone di fatto fuori da ogni logica di ordinamento giuridico di una società che si definisca civile.
Tuttavia, nel mondo gli Stati che ancora prevedono la pena di morte sono ancora moltissimi (per esempio nelle due superpotenze economiche Cina e Stati Uniti d'America).
E fin dagli albori, il cinema ha svolto un'importante opera di sensibilizzazione dell'opinione pubblica attraverso film che hanno denunciato l'insensatezza e disumanità dell'esecuzione dei condannati al cosiddetto braccio della morte.
L'unico limite che riscontriamo, comune a molte pellicole sul tema, è che spesso viene scelto un protagonista innocente, per favorire l'identificazione piena del pubblico, ma così nuocendo al valore 'per se' della denuncia di una misura sbagliata, a prescindere dalla colpevolezza di chi la subisca.
Questo accade, per esempio in :
Non voglio morire”
Sacco e Vanzetti”
Fino a prova contraria” (1999) , di Clint Eastwood, buon film ma non certo il migliore realizzato dal regista.
 “Il miglio verde” , Di Frank Darabont, poco più che una favoletta edificante su razzismo e crudeltà del sistema
L’ultimo appello”
Tuttavia ci sono state delle meritevoli eccezioni a quest'approccio 'innocentista', con pellicole che si sono concentrate sulla irragionevolezza, crudeltà ed inciviltà della misura della pena capitale per se, a prescindere dalla colpevolezza dei condannati.

E' il caso di “The last mile”, di Samuel Bishoff, del 1932, di “Dead man walking”, di Tim Robbins, di “Difesa ad oltranza”, di “Monster” diretto da Patty jenkins, 
Molto meno potenti, come denunce della assoluta inopportunità della previsione della pena capitale, "Gli angeli con la faccia sporca”, di Curtiz ( che comunque ammicca al significato della pena di morte come deterrente per la commissione dei reati);  "M - Il mostro di Düsseldorf" , in cui il condannato è una belva che si è macchiata dei peggiori crimini e che è difficile non volere morto per lo spettatore cinematografico medio e "Monsieur Verdoux" di Chaplin, personaggio non migliore del primo, nonostante si costituisca lui stesso per essere punito.
Fra tutti questi film, come già accennato, se ne distinguono prepotentemente due per valenza 'politica' e drammatica del loro messaggio, ossia "The last mile"(1932) di Samuele Bishoff e "Dead man walking", di Tim Robbins.
The last mile”, tratto da un romanzo di John Wexley, per una buona metà della sua durata, è un vero e proprio pugno allo stomaco, con accenti esistenzialistici angoscianti, laddove si concentra sulla descrizione dei momenti vissuti dai detenuti nel braccio della morte prima della loro esecuzione, 
Molto efficacemente il regista inquadra spesso l'orologio che scandisce 'crudelmente' il tempo che separa quegli uomini dall'abisso.

L'attesa della morte da parte di questi disgraziati, portati al limite umano della disperazione e della follia, è resa in modo toccante, e nella storia del cinema solo Stanley Kubrick ha saputo eguagliare questo pathos struggente nel suo “Orizzonti di gloria”.
Ad esso si appaia il recente "Dead man walking" di Tim Robbins: un uomo nel braccio della morte comprende bene la natura abietta dei propri crimini e fa un percorso sincero di pentimento e di trasformazione, ma che viene comunque soppresso in nome della vendetta di Stato.


3)cinema carcerario e questioni razziali

4)cinema carcerario ed omosessualitè

6)cinema carcerario e detenzioni 'private' 



                                         RECENSIONI

"Donna pagana" (1929)

Nel 1929, Cecille de Mille gira il fulm muto "The godless girl", che racconta la storia di Judy ( l'attrice Lina Basquette), una giovane donna atea, che viene imprigionata per aver fomentato dei disordini pubblici nei quali perderà la vita uno studente.
Al termine della vicenda, segnata dalla brutalità e dal sadismo delle guardie carcerarie, durante la sua detenzione, Judy scoprirà persino la Fede. Dunque un racconto di pena e redenzione.



The big house (1930; Carcere) di George W. Hill


La prigione è innanzitutto degradazione dell'uomo da individuo a numero. Al proprio ingresso in un penitenziario la persona infatti viene privata del proprio nome per vedersi assegnata una stringa di numeri che da quel momento in poi lo identificheranno agli occhi del sistema.
E la prima sequenza del film ci mostra appunto un uomo, Kent ( interpretato dall'attore due volte nominato all'Oscar, Robert Montgomery ), fresco di condanna a dieci anni, che viene spogliato, misurato e numerato dalle guardie carcerarie che l'hanno appena ricevuto in consegna presso una prigone-fortezza.
Subito dopo tali disturbanti operazioni di 'marcatura', con tutto il peso psicologico – per il protagonista - del passaggio da una vita agiata ad una che si preannuncia squallida, il direttore del carcere dispone che il nuovo arrivato venga messo in cella con due dei più efferati galeotti, Butch il bruto omicida ( il popolare e bravo caratterista Wallace Berry, che nella sua carriera si vide sempre assegnate parti da uomo rude e grezzo, ma genuino, a causa della sua fisicità ) e Morgan il truffatore ( l'attore Chester Morris).
I rapporti fra Kent e Butch cominciano in modo cruento, ma grazie all'intervento di Morgan, che ha un certo ascendente, i due si riappacificano.
Al che comincia una digressione nella storia, dove si approfondisce la conoscenza dei compagni di cella di Kent e delle guardie carcerarie, dipinti come uomini sadici e meschini, che godono nell'infliggere sofferenza gratuita ai detenuti, mentre il direttore del carcere appare un uomo frustrato, che vorrebbe garantire una vita dignitosa agli uomini sottoposti alla sua custodia, ma che ne è impossibilitato per deficienze strutturali a lui non imputabili e per un budget insufficiente.
L'autore del soggetto di "The big house", lo scrittore Frances Marion, trascorse molto tempo in una prigione americana, per avere un quadro realistico dei sistemi pentitenziari e dunque la telecamera allarga la visuale, dalla vita dei tre protagonisti della storia, ai problemi più generali della prigione, come il sovraffollamento e una dieta alimentare insostenibile.
Proprio la sbobba che viene servita a mensa è causa dell'inizio di un tentativo di rivolta iniziato da Butch che protesta con veemenza e trova il corale aupporto di tutti i galeotti a tavola, ma subito la protesta viene sedata per intevento armato dei secondini.
Butch paga la sua tracotanza con l'isolamento e il suo coltello finisce nelle mani di Kent, il quale, per vendetta personale nei confronti di Morgan, colpevole di non rispettare l'onore della sorella con apprezzamenti impropri, lo nasconde fra la roba di questi, causandone la punizione con una misura analoga a quella riservata a Butch.
Quindi ormai la tensione fra i compagni di cella è arrivata ad un punto cruciale e viene temporaneamente sciolta solo in seguito all'evasione di Morgan.
Ora però che il pericoloso reo è libero in fuga ci sarebbe spazio per una vendetta e il thrilling del film si acutizza efficacemente, perchè vediamo Morgan cercare proprio la sorella di Kent dove vive a San Francisco e lo spettatore non sa cosa egli intenda fare veramente. Ucciderla? Vendicarsi di Kent su di lei in qualche altro modo? Prevarrà l'amore, invece e nasce un idillio di breve durata, tuttavia, dato che Morgan viene riacciuffato dalla polizia e sbattuto di nuovo in prigione.
Sorprendentemente, Morgan mostra di non avere più cattivo sangue nei confronti di Kent ( l'amore per la sorella è stato miracoloso, in questo senso) e anzi comincia un nuovo sodalizio paternalistico fra i due.
Inoltre questo sentimento nobile nato nel cuore di Morgan sembra averne ingentilito definitivamente il carattere, tanto che quando Butch e i suoi uomini cominciano una vera e propria rivolta sanguinosa, trucidando decine di guardie, Morgan si prodiga persino per salvare la vita a qualcuno dei secondini, oltre che a Kent ormai sotto le proprie ali protettrici.
Non tutti gli sforzi di Morgan sono coronati da successo, dato che muoiono sia Kent che Butch, ma finalmente Morgan riguadagna la libertà e torna dall'amata grazie al suo comportamento esemplare durante la battaglia fra detenuti e guardie.
In conclusione, "The big house" offre allo spettatore un intreccio umano avvincente, nel contesto di una denuncia sociale ben riuscita, quella di un sistema carcerario incapace di emendare e migliorare i rei, in quanto sottoposti ad un trattamento esasperante e disumano.
Infatti l'unico eroe positivo della storia, che in definitiva è Morgan, appare come la mosca bianca nel mucchio, e il suo 'recupero' sociale viene da una scelta interiore animata dal sentimento amoroso e non certo dalle finalità rieducative della galera, totalmente assenti. 
Pardon us (1931; Muraglie) di James Parrot


Questo è il primo lungometraggio al quale la coppia Laurel Hardy abbia lavorato e c'è da dire che il fatto che siano alle prime armi con questo formato si nota abbastanza per la tenuta discontinua della pellicola, che soffre di improvvisi arresti del ritmo narrativo, come se le varie parti del film fossero incollate l'una all'altra con un pò di forzatura.
Questo difetto strutturale non pregiudica comunque l'effetto esilarante di alcune folgoranti gag e batture dei due grandi comici:
Stanlio:"una cometa è una stella con la coda dietro"
Ollio:"Ok. Dai, nominane una"
Stanlio: "Rin Tin Tin !"
Inoltre, il grande merito di questo film è quello di rappresentare la prima parodia del genere carcerario nella storia del cinema, quando ancora il genere in sè neanche era stato codificato o concepito come tale.
La trama vede Stanlio e Ollio improvvisarsi produttori di birra durante il periodo del proibizionismo, per concludere velocemente questa carriera criminale con l'arresto e l'imprigionamento dopo avere tentato di vendere la birra ad un poliziotto.
In galera i due si cacciano nei guai quasi subito, a causa di un problema ai denti occorso a Stanlio, il quale emette continuamente , seppur involontariamente,una sorta di pernacchia che indispettisce il direttore del penitenziario.
Vengono quindi destinati alla cella più pericolosa, dove è detenuto 'Il tigre', un terribile criminale temuto e rispettato da guardie e ladri, , ma fortunatamente questi prende in simpatia Stanlio per un equivoco legato alla solita pernacchia e tutto fila relativamente liscio fino alla immancabile rivolta ed evasione.
Segue poi una parte di storia che si svolge all'esterno, e della quale avrebbero francamente potuto fare a meno, dove Stanlio e Ollio, travestiti da lavoratori neri, faticano in un campo di cotone e poi sono riacciuffati dalla polizia.
Il giudizio complessivo sul film resta in ogni caso positivo, considerando la freschezza della comicità della coppia, a distanza di quasi un secolo. 






The criminal code (1931, Il codice criminale) di Howard Hawks

La leggenda narra che Hawks chiese a dei detenuti veri di suggerirgli come snodare il racconto del film, perchè il soggetto, tratto da un'opera teatrale di Martin Flavin, gli sembrava debole.
La storia parte dall'arresto di Bob Graham ( l'attore Philips Holmes) , un ventenne, che per difendere l'onore di una ragazza appena conosciuta, commette un omicidio preterintenzionale e becca dieci anni di condanna.
A chiedere una pena tanto severa è l'inflessibile procuratore Marc Brady( l'attore Walter Huston), che successivamente viene nominato direttore del carcere dove è rinchiuso lo stesso Graham.
Subito il nuovo direttore mostra di che tempra è fatto, affrontando da solo, senza secondini al seguito, i detenuti raccolti nell'atrio che urlavano contro di lui, avendolo visto alla finestra dell'ufficio. Si accende un sigaro e cammina in mezzo a loro, ostentando sicumera e chiamando persino per nome chi lui stesso ha spedito in prigione quando era pubblico accusatore. Nessuno osa torcergli un capello e tutti si disperdono.
Segue una sequenza in cui vediamo il giovane Graham, già da sei anni in carcere, che lavora in officina e all'improvviso è colto da una crisi nervosa e sviene.
Il medico ne constata lo stato di crollo fisico ed emotivo, dovuto ad una alimentazione insufficiente e ad al lavoro insalubre e logorante, oltre che probabilmente alla perdita della speranza, e suggerisce al direttore del carcere di fare qualcosa per quel ragazzo. Brady accetta di incontrarlo e gli offre un lavoro come suo autista personale e durante il colloquio casualmente entra in stanza Mary, la bella figlia .di Graham ( l'attrice Costance Cummings) e per un istante i due giovani si scambiano uno sguardo di reciproca approvazione.
Dopo soli tre mesi spesi vicino a Brady e soprattutto alla figlia, in qualità di accompagnatore, il giovane rinasce nello spirito e ricomincia ad avere sogni per il futuro, supportato anche dalla dolcezza con la quale la ragazza si rivolge a lui e lo rinfranca sulle opportunità di una nuova vita fuori da lì.
Si introduce il tema dell'emenda del reo e delle difficoltà legate al reinserimento sociale.
Nel mezzo di tutto ciò c'è un tentativo di evasione, sventato dalle guardie grazie ad una spia ( "a 'rat' who squiled", "un topo che ha squittito", nel linguaggio dei detenuti ), che ora rischia la vita.
 E infatti segue la più bella sequenza del film, dal punto di vista della suspance, costruita con una serie di inquadrature grottesche di volti furiosi di detenuti, primi piani incrociati con quello del bersaglio di quell'odio (la spia terrorizzata),  sequenza culminante nel momento in cui il detenuto Galloway (Boris Karloff) esegue la sentenza di morte nei confronti del delatore, assicurandosi prima un alibi solido.
Purtroppo viene coinvolto proprio Graham, totalmente innocente, in quanto al momento sbagliato nel posto sbagliato e ogni possibilità di redenzione e rinascita sembra svanire all'improvviso. Il direttore fa pressione psicologica sul ragazzo affinchè di ca chi è stato l'assassino, ma Graham non vuole fare la spia, non vuole violare il codice d'onore fra criminali, che per lui è più importante e sacro di quello della legge penale, che gli imporrebbe di testimoniare contro chi ha commesso omicidio ( tra l'altro autoscagionandosi e salvandosi). Anche l'isolamento duro non piega la volontà di Graham. Ma è la figlia del direttore ad intervenire in sua difesa. Rivela al padre di essere innamorata del giovane e lui le promette che farà il possibile per aiutarlo ad uscirne 'pulito'.
Il finale è lieto, con l'assassino ucciso dalle guardie mentre accoltella il pessimo capitano dei secondini  e Graham che sta per essere liberato, con Mary che lo aspetterà per iniziare una vita insieme con la benedizione del direttore. 








Ladies of the big house (1932; Prigioniere) di Marion Gering


Forse il primo 'women in prison' (WIP) della storia del cinema sonoro successivo a quello pre-code, anche se una parte delle sequenze di incarcerazione riguardano anche un uomo condannato alla sedia elettrica.
La trama vede una coppia di novelli sposi ( Kathleen e Standish McNeal) ingiustamente accusati di un omicidio e condannati, lei alla detenzione, lui a morte. 
Dopo un'evasione dal carcere femminile, Kathleen riesce a provare che il marito non ha ucciso nessuno e vengono prosciolti da ogni accusa a poche ore dall'esecuzione.
Film imperfetto, con molte parti del plot poco credibili per come sono costruite ( sia l'imputazione per omicidio dei due innocenti che  l'evasione e lo scagionamento in extremis ), ma spicca la buona interpetazione dell'attrice Sylvia Sidney e le sequenze in cui i due sposini si danno l'addio sono toccanti. 











The sin of Nora Moran" (1933), di Phil Goldstone, con Zita Johann


Film interessante per alcune soluzioni visive e che narra la vicenda di una donna condannata a morte per avere ucciso un uomo che la aveva violentata. 
Notevoli le sequenze onirico-allucinatorie e da evidenziare anche l'uso sapiente dei flashback.





The last mile (1932; L'ora tragica) di Samuel Bischoff


Oltre al fatto di rappresentare un 'atto politico' contro la pena di morte, come dimostra la dichiarazione scritta di un direttore di carcere che dopo i titoli di testa viene fatta precedere, si tratta di un film coraggioso, poichè centrato in buona parte sui dialoghi e le esternazioni dolenti di otto uomini, tutti condannati alla pena capitale, poco importa se innocenti o colpevoli dei crimini loro attribuiti, che si sostengono a vicenda nelle ultime ore della loro vita, parlandosi da una cella all'altra. E la tensione drammatica tiene abbastanza bene, perchè lo spettatore è indotto a simpatizzare con questi uomini che si trovano nel braccio della morte ad affrontare la sfida più difficile. D'altra parte, la buona qualità dei dialoghi dipende anche dal fatto che soggetto e sceneggiatura derivano da una omonima piece teatrale di John Wexley.
Tutto avviene, a parte una breve sequenza iniziale di flashback e un paio di altre, in un'unità spazio temporale.
Per dare un pò di action al plot, al 43esimo minuto della pellicola, il più determinato tra i detenuti riesce a neutralizzare un secondino afferrandolo alla gola dalle sbarre e prese le chiavi delle celle libera se stesso e tutti gli altri che accettano di unirsi a lui nella rivolta. E in molti perderanno la vita, fra detenuti e secondini.
Alcune guardie carcerarie vengono prese come ostaggi, le stesse guardie che prima gioivano sadicamente della condizione dei condannati a morte e che ora si trovano alla mercè dei criminali, pagando con la vita la loro scelta di trovarsi lì e forse anche il loro atteggiamento disumano.
Anche se all'inizio del film siamo 'tratti in inganno', il vero protagonista del film non è tanto il gestore della pompa di benzina condannato per un errore giudiziario, Richard "Dick" Walters, Cell 5 ( l'attore Howard Philips), che alla fine della vicenda verrà rilasciato, bensì John Killer Mears, cell 4 ( l'attore Preston Foster ), che guida la rivolta e uccide senza pietà alcuni secondini poichè il direttore del carcere non è disposto a cedere alle sue richieste, ma che è capace di commuoversi e di sacrificarsi di fronte ad un amico che è in punto di morte e che sta per ottenere il perdono giudiziale.

Un bel personaggio anche l'uomo di colore, detenuto nella cella numero 2, che con voce profonda canta dei bei ghospel e scherza sul fatto che forse ci sia anche un paradiso o un inferno per negri separato da quello per bianchi ad aspettarlo.  



Hell's highway (1932) di Rowland Brown


Film precode di denuncia molto duro per quei tempi, in cui all'approfondimento psicologico dei singoli personaggi si preferisce la  cruda descrizione della condizione di bianchi e neri in un carcere dove la tortura ( esemplare, la 'sweat box' dove i detenuti vengono lasciati morire) e lo sfruttamento del lavoro forzato la fanno da padrona.
C'è spazio per gli affetti solo quanto al rapporto fra due fratelli che si trovano nello stesso luogo di detenzione e il più anziano dei due è pronto al sacrificio pur di salvare l'altro.  

20000 years in Sing Sing ( 1933) di Michael Curtiz;


Abbastanza diverso dalla maggior parte dei film carcerari dell'epoca, questo film tratto da uno scritto di un direttore del carcere di SIng Sing. Proprio da questo angolo di visuale particolare discende l'assenza quasi assoluta di denuncia delle pessime condizioni del sistema penitenziario americano.
Al contrario la figura del personaggio del 'warden' appare assai positiva, essendo descritto come un uomo tutto di un pezzo ma giusto, umano ed incorruttibile. Mentre il villaine, il detenuto Connors ( interpretato dal grande Tracy) è un duro che si rammollisce presto, grazie al trattamento inflessibile del direttore del carcere. In extremis a Connors viene data la possibilità di un gesto eroico, quando ormai parzialmente redento, offre la sua vita per salvare quella della sua giovane amante ( Betty Davis), addossandosi la colpa di un omicidio che non ha commesso. 





La grande illusion (1937; La grande illusione) di Jean Renoir

Giustamente celebrato come uno dei grandi capolavori della storia del cinema, questo film di Renoir entra con una certa forzatura nel genere carcerario, essendo prevalenti altri aspetti, rispetto alla vita di prigione e nonostante nella trama ci sia anche una spettacolare evasione. 
E' più un'opera pacifista, contro i nazionalismi esasperati, anche se risente di un certo classismo sociale, bisogna pur dirlo.
Durante la guerra, nella fortezza comandata dal barone tedesco Von Rauffestein sono detenuti , tra gli altri, due prigionieri  francesi: un appartenente al proletariato, il tenente Marechal e un aristocratico, il capitano De Boieldieu. 
Fra Von Rauffestein e il capitano nasce una sincera amicizia, basata sulla reciproca appartenenza alla nobiltà e quindi alle affinità che i due scoprono reciprocamente, di avere, nonostante la situazione bellica in corso li veda formalmente come nemici. 



Each dawn I die ( 1939; Morire all'alba) di William Keighley


Frank Ross ( James Cagney) è un giornalista che con le sue inchieste ficca il naso dove politica e malaffare fanno patti scellerati e con la sua ennesima indagine, alla quale seguono articoli sul quotidiano per il quale scrive, pesta i piedi a troppe persone potenti e corrotte. Così viene incastrato per omicidio in modo da liberarsi di lui, divenuto troppo scomodo.
In prigione si dimostra un tipo che sa farsi rispettare e diventa amico di un gangster chiamato 'Hood' Stacey (l'attore George Raft) , salvandogli persino la vita e poi trascorrendo ben sei mesi in un durissimo isolamento, pur di non fare la spia contro il compagno detenuto.
Quando Stacey evade, decide di provare l'innocenza di Frank e farlo liberare, esponendosi addirittura ad una nuova incarcerazione.

Dunque soprattutto un film sui rapporti di onore e lealtà fra reclusi, mentre molte autorità di legge appaiono prive degli stessi nobili codici morali. 



Castle on the Hudson (1940; Il castello sull'Hudson ) di Anatole Litvak
Tratto dallo stesso libro autobiografico del direttore di carcere Edward Lewis, che pochi anni prima aveva ispirato Curiz per il suo "20000 anni a sing sing", è un gangster film in cui gli aspetti paternalistici ( con il 'warden' che emerge come eroe civico ) prevalgono sulla denuncia delle ingiustizie del sistema carcerario. 
Da salvare solo la solita grande interpretazione di John Garfield, prematuramente scomparso, che tanto di più avrebbe potuto dare al cinema.



Brute force (1947; Forza bruta) di Jules Dassin




Forza bruta. E in effetti questa pellicola è abbastanza brutale come promette il titolo.
Brutale non è solo il trattamento dei prigionieri di Westgate, ma anche il modo in cui vengono puniti coloro i quali infrangono il codice criminale da parte degli altri detenuti e brutale è il finale del film, con il massacro con la mitragliatrice di decine di prigionieri in legittima rivolta, e il climax dell'uccisione del neonazista capitano dei secondini, per mano di un morente Burt Lancaster che lo scaglia giù dalla torretta di guardia esalando l'ultimo respiro.
Chiara l'ispirazione liberale e umanitaria che anima " Bute Force" (1947) conforme al movimento culturale che nell'immediato dopoguerra andava per la maggiore presso gli intellettuali democratici. Questi dibattevano e condannavano il razzismo, il fascismo,il classismo e denunciavano anche l'ingiustizia e disumanità dei metodi punitivi adottati nelle carceri, riportando al centro il valore della dignità dell'individuo, anche se reo.
Il set infatti ha teatro nel terribile penitenziario di Westgate, dove l'eroe noir, intepretato dall'imponente e atletico Burt Lancaster, alla sua seconda prova magistrale per fisicità e presenza scenica, incarna la volontà di ribellarsi al sistema e in fondo, al destino, che naufraga nell'insuccesso e nella morte.
Brute force attacca frontalmente la concezione meramente retributiva e non anche di emenda della pena carceraria: denuncia l'affollamento delle carceri, con pochi metri quadri di cella dove sono stipati molti uomini; la durezza dei lavori forzati; le violenze perpetrate della polizia penitenziaria ai loro danni.
Westgate appare un campo di concentramento, gestito da uno psicopatico, l capitano delle guardie ( ottimamente interpretato dall'attore Hume Cronyn ), uomo piccolo di statura ma dallo smisurato ego, che soddisfa il suo sadismo e la sua smania di dominio torturando fisicamente e psicologicamente i detenuti, al suono di Wagner.
I flashback alla vita fuori dal carcere di alcuni detenuti, ritratti con le loro compagne, servono al regista per umanizzare quelle figure criminali e rendercele più simpatiche.
Infatti, la maggior parte dei prigionieri in Brute force sembrano dei bravi ragazzi che meriterebbero un trattamento ben diverso.
Per esempio, uno di loro - 'Soldier', come i suoi compagni di cella lo chiamano per il suo passato militare - è in galera per essersi addossato la colpa di un parricidio commesso dalla sua donna. Un altro è un ex contabile che aveva solamente rubato qualche migliaio di dollari per potere finalmente fare un degno regalo alla sua amata moglie. E il personaggio di Joe Collins/Burt Lancaster, sembra mettersi nei guai con la giustizia solo per supportare la propria compagna gravemente malata e bisognosa di cure.
Forse un pò troppo di parte 'criminale', quindi, ma il giudizio sul film resta positivo, anche per la splendida fotografia e per la credibilità degli interpreti, Lancaster in testa.

Un chant d'amour, 1950, di Jean Genet
Film maledetto, fra il poetico e il pornografico, che per la prima volta affronta il tabù dell'omosessualità e del desiderio ossessivo derivante dalla frustrazione della mancanza di libertà, nelle carceri, in modo molto esplicito. 
Sequenze eroticamente forti, che osano addirittura riprendere i personaggi durante le loro masturbazioni , negli atti del loro vojerismo sfrenato ( il secondino che li spia)  e dell' esibizionismo, che si alternano a scene più umanamente toccanti come quella in cui con una cannuccia, attraverso un foro nei muri, un detenuto introduce del fumo di sigaretta nella cella adiacente dell'altro perchè la inali anche lui. 
Genet, del resto, poeta e regista, ha dedicato quasi tutta la sua opera letteraria e cinematografica a questo tema, essendo egli stesso un omosessuale dichiarato. 
Fra le sue opere "Querelle de Brest", che ispirerà il grande autore tedesco Fassbinder, per uno dei suoi capolavori. 



Caged (1950; Prima colpa) di John Cromwell

Secondo WIP della storia del cinema americano, che fallisce, tuttavia, nel tentativo di riuscire un dramma avvincente, per le troppe cadute del ritmo narrativo.
Interessante appare solo la trasformazione psicologica che subisce il personaggio principale, l'ingenua ventenne, vittima delle manipolazioni di molti, a cominciare dal proprio balordo marito e poi da secondine e detenute, che dopo anni di incarcerazione diventa una donna dura e senza scrupoli.

Stalag 17 (1953; Stalag 17 ‒ L'inferno dei vivi) di Billy Wilder
Scritto e diretto da Billy Wilder, secondo la definizione più restrittiva che alcuni danno di cinema carcerario, che includerebbe solo film in cui una o più persone vengono imprigionate in un carcere di Stato dopo una imputazione o una condanna per reato, "Stalag 17" non si dovrebbe ascrivere al genere.
Ma noi propendiamo per una categorizzazione più ampia, che include anche le storie di prigionieri di guerra. Mentre escludiamo film come Shindler's list, che si caratterizzano più propriamente come opere sull'olocausto. 
La trama vede svolgersi la quotidianità di un campo di prigionia tedesco, dove si trovano reclusi molto sergenti americani, che a parte la sbobba che mangiano, vengono trattati discretamente. L'interesse e la suspance del film sono legati soprattutto alla caccia alla spia che si scatena, dato che ogni tentativo di evasione e anche altre contravvenzioni minori vengono sempre intercettate dai carcerieri, grazie ad un loro infiltrato. 



Riot in cell block 11 (1954; Rivolta al blocco 11) di Don Siegel
A poco meno di quindici anni dal suo capolavoro "Fuga da Alcatraz", Siegel firma questo film 'politico', dal taglio semi-documentaristico, partendo dalla cronaca nera degli anni cinquanta in America, quando in molte prigioni di vari Stati si verificarono rivolte di detenuti che mietettero molte vittime fra carcerati e secondini. 
Le ragioni di questi disordini erano legate allo stato disumano in cui erano costretti i condannati negli istituti penitenziari di allora: cibo immangiabile, sovraffollamento insopportabile, assenza di programmi di lavoro retribuito, mescolanza indiscriminata, nelle celle, fra malati di mente e persone dotate di capacità di intendere. 
Siegel sembra sposare la causa di queste rivolte, incarnando in un illuminato direttore di carcere (l'attore Emile Meyer) la sua concezione di una pena che non si disgiunga dall'emenda finalizzata al reinserimento sociale dei rei e dal rispetto dei diritti umani più elementari .
Anche il punto di vista delle guardie carcerarie, sottopagate e spesso vittime di violenza,  viene rispettato ed esposto, sottolineando, in fondo, che secondini e detenuti, a quei tempi, prima delle riforme, condividevano un analogo destino dietro le sbarre.


Accadde al penitenziario, 1955, di Giorgio Bianchi

Forse il primo prison film italiano, che comunque rimane una duplice occasione mancata: sia come commedia che come pellicola di genere carcerario esso non va al di là del macchiettistico, nonostante il grande cast di attori e i pezzi di bravura di Sordi, Chiari, de Filippo e Fabrizi. 
Sceneggiatura sbilanciata e con troppe digressioni sconclusionate, pretestuose occasioni per dare spazio recitativo agli interpreti. 
Si salva qualche battuta divertente quà e là e la sequenza di Sordi ubriaco nottetempo per strada mentre si verifica un furto con scasso è forse la più memorabile. 



Cell 2455, death row (1955; Cella 2455 braccio della morte), di Fred F. Sears
Più un gangster movie che un prison movie, il film è il racconto in prima persona di un criminale irriducibile, dalla notevole e gelida intelligenza,  che finisce nel braccio della morte e grazie alle sue competenze legali acquisite leggendo in carcere, riesce a posticipare la sua esecuzione indefinitivamente, con ripetuti appelli. 
E' anche una riflessione sulle cause della criminalità e tenta un approfondimento psicologico del personaggio principale, per scavare sui motivi della sua tendenza a delinquere fin dalla adolescenza.


Un condamné à mort s'est échappé (1956; Un condannato a morte è fuggito) di Robert Bresson
Ovvero di quando il cinema di genere ( nella fattispecie si tratta di un 'prison movie') incontra il cinema d'autore e nasce un capolavoro assoluto. Solo Kubrick, Hitckock, Melville e recentemente Tarantino sono stati capaci di tanto.
Bresson è infatti nel pantheon dei più grandi di tutti i tempi e con questa riflessione essenziale, rigorosa, sulla condizione esistenziale in cui versa ogni detenuto, pone un altro tassello fondamentale nel mosaico 'austero' e 'religioso' della sua opera.


La vicenda narrata è accidentalmente tratta da un fatto storicamente accaduto, ma il racconto si eleva universalmente, al di là di ogni spazio e tempo.

Il personaggio principale, il tenente Fontaine, pur nel buco asfissiante che è la sua cella, attraverso la propria catarsi, trova il suo respiro più ampio e può anelare di nuovo alla libertà, portando a termine l'evasione.

Jailhouse rock (1957; Il delinquente del rock'n'roll) di Richard Thorpe

Elvis è un galeotto per omicidio preterintenzionale che scopre la musica in prigione e il suo talento viene scoperto durante un programma televisivo che viene allestito per incentivare il reinserimento sociale dei detenuti e in cui egli si esibisce con successo con i suoi compagni di cella.



The bridge on the river Kwai (1957; Il ponte sul fiume Kwai) di David Lean

Appartenente alla sottocategoria dei 'war prisoners movies', è un film piuttosto noioso per l'eccessiva durata, nonostante  il cast vanti un William Holden sempre in buon spolvero. 
Ambientato in un campo di prigionia giapponese, dove sono detenuti soldati britannici e americani, racconta le loro vicende. 
A capo del lager c'è un colonnello nipponico irrispettoso della convenzione di Ginevra sui diritti dei prigionieri di guerra, che tortura e uccide chi non obbedisce ai suoi ordini.
Un ufficiale britannico non si piega nonostante sia sottoposto ad un crudele trattamento e alla fine di questo braccio di ferro impari riesce comunque ad avere la meglio sul colonnello Sanyo, sfruttando il desiderio di quest'ultimo di costruire un ponte sul fiume Kwai, così come gli è stato ordinato. Infatti gli inglesi hanno le competenze necessarie per erigerlo in modo corretto ed allora in cambio di questa collaborazione ottengono un trattamento più umano da parte di Sanyo. 



I want to live! (1958; Non voglio morire) di Robert Wise


Una poco di buono dalla vita travagliata viene ingiustamente accusata di omicidio e giustiziata.
Da una storia realmente accaduta in America, grande interpretazione di Susan Hayward che per questo film ricevette un Oscar nel 1959




Nella città l'inferno, 1959, di Renato Castellani





"Nella città l'inferno" (1958) di Renato Castellani, merita una particolare menzione perchè è il primo film italiano del sottogenere cinematografico comunemente definito 'Women in prison' o WIP, che negli anni settanta conoscerà la sua vera e propria esplosione connotandosi di un marcato erotismo. 
Qui siamo invece ancora sul terreno del neorealismo, corrente della quale il regista Castellani fu un esponente minore, bollato dalla critica come neorealista 'rosa', per l'eccesso di sentimentalismo presente nelle sue opere, come "Due soldi di speranza".
Nella città l'inferno infatti non scivola su quel terreno patinato e si mantiene saldamente su quello di un affresco ben riuscito di un microuniverso carcerario femminile, in particolare quello della prigione delle Mantellate, a quel tempo distaccamento di Regina coeli. 

La sceneggiatura, firmata da Suso Cecchi D'Amico, la quale trascorse come ospite molto tempo in carcere per trarne 'ispirazione, è tratta da un romanzo autobiografico dal titolo " Roma , via delle Mantellate" , ed evidentemente quell'approccio antropologico ebbe successo, perchè lo script è credibile nei dialoghi, con figure minori come quella di Moby Dick o della contessa, tratteggiate benissimo e capaci di arricchire di colore ed umanità la carrellata di figure presenti fra le sbarre. 

Certo il titolo Nella città l'inferno, suggerisce la rappresentazione di una realtà ben più truce e dolorosa di quella che risulta dalla visione di questo film, in cui le detenute tutto sommato vivono una condizione dignitosa e tutelata, ma probabilmente i tempi nel sessanta non erano ancora maturi per offrire allo spettatore immagini troppo crude e violente. Il che comunque rimane un punto debole della pellicola, troppo edulcorata nel descrivere la quotidianità delle recluse, nonostante la fotografia di Leonida Borboni sia eccellente nel conferire la consona atmosfera claustrofobica e buia. 

Ciò in cui invece il film risulta efficace ed ancora attuale è la descrizione del sentimento della noia e della rassegnazione verghiana che attanaglia quasi tutte le detenute, le quali ormai non sperano più in una redenzione, vinte dalla consapevolezza frustrante che il loro destino sia ormai segnato, e che anche quando la pena sarà scontata e torneranno fuori, sarà solo per un breve periodo, in quanto faranno inevitabilmente ritorno, prima o poi, alle patrie galere. 

In mezzo a tutta questa disperazione e a questo sconforto, però, c'è una ragazza ancora molto giovane e carina,marietta, ( interpretata dalla bella Cristina Gajoni ) la quale ancora può farcela, e dunque conserva a ragione la speranza di cambiare e di non tornare più lì, anche grazie ad un bravo giovane che parrebbe intenzionato a starle accanto e forse a sposarla una volta liberata.

La trama vede una ragazzetta, Lisa Borsani ( interpretata da Giuletta Masina, nella solita veste di purezza ingenua e fanciullesca che le cadeva a pennello) che pur innocente, viene accusata di complicità nel furto occorso presso la casa signorile dove era a servizio, e per questo incarcerata nel penitenziario delle Mantellate. Senza rivelare troppo, dirò che in carcere ella perderà gradualmente la propria 'innocenza' in senso lato, per effetto della cattiva influenza delle compagne. 

Dopo un traumatico inizio, Lina si fa benvolere dalle altre detenute e in particolare da Egle ( Anna Magnani), la quale, dura , scanzonata, inacidita dalle esperienze della vita, è una delle leader del carcere, e rappresenta simmetricamente l'opposto del carattere del personaggio di Lina. 

Un mostro di bravuta la Magnani ( vinse il David di Donatello come migliore attrice per questa parte) che offre una recitazione talmente naturale, potente e convincente al punto da giganteggiare su tutte le altre, compresa la pur ottima Masina, anche perchè molte delle comprimarie del film furono scelte volutamente fra autentiche ragazze di trastevere, come la formula neorealistica dettava.

Piccola parte, quasi un cameo, per un giovanissimo Alberto Sordi, che calza perfettamente nei panni del piccolo ladro e truffatore e non si lascia dimenticare.


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Le trou (1960; Il buco) di Jacques Becker



Ben due vecchie glorie del cinema francese, ossia Philippe Leroy e Michel Costantin, fecero il loro esordio come attori in questo film di Jacques Becker, tratto dall'omonimo romanzo di Jose Giovanni, il quale scrisse altresì la sceneggiatura, a quattro mani con il regista.
La narrazione ha inizio con i galeotti che si scambiano oggetti, per lo più cibo e sigarette, attraverso la via esterna di una corda tesa che viene passata attraverso le finestre da cella a cella; poi li vediamo mangiare e lamentarsi della sbobba quotidiana somministrata dal carcere. Così facciamo conoscenza con i protagonisti della storia, il 'monsignore', Manu il duro, Joe l'eroe di guerra, e Roland, il fabbro ingegnoso e abilissimo con le mani.
A questo quartetto si aggiungerà Gaspard il figlio di papà, educato e gentile, e per ciò molto simpatico al direttore, ospite dapprima indesiderato, ma poi bene accetto, il quale si rivelerà letale al termine della vicenda.
Straordinaria l'accuratezza della descrizione di tutte le fasi preparatorie al tentativo di evasione dei quattro detenuti, uno dei quali ( Roland) , per una ragione che non viene spiegata, conosce a menadito la mappa dei sotterranei di questa prigione.
In particolare, la sequenza carica di suspance, in cui essi cominciano a scavare, è quasi ipnotica, poichè per il tempo cinematograficamente 'interminabile' di tre minuti e mezzo seguiamo una miriade dei loro colpi di barra, mentre si avvicendano alla perforazione del pavimento della cella, con il rischio di essere scoperti dalle guardie, a causa del gran baccano provocato dalle percussioni.
Da notare la scelta del mancato utilizzo di una colonna sonora, il che accentua maggiormente l'importanza delle immagini e conferisce all'opera maggiore realismo drammatico, senza 'telefonare' allo spettatore i momenti topici del plot, come la musica spesso fa nella settima arte.
Evidente la simpatia del regista verso i personaggi che nel film hanno la veste di criminali leali e carichi di umanità, provenienti dal proletariato francese.
Mentre l'unico corpo estraneo a questa fratellanza virile e solidale è il borghesuccio Gaspard, pronto a tradire gli amici per tornaconto personale e viltà.
Cameo breve di una giovanissima Catherine Spaak che impersona l'amante di Gaspard in visita al parlatorio.





The criminal (1960; Giungla di cemento) di Joseph Losey


Dramma carcerario in cui il personaggio principale, il detenuto recidivo Johnny Bennion,dal rigoroso codice etico criminale, si trova a fronteggiare i suoi ex complici di una rapina, che gli rendono la vita un inferno sia dentro ( torture per farlo 'cantare') che fuori di prigione ( rapimento della sua donna).

Grande fotografia espressionista che rendo l'atmosfera claustrofobica dei penitenziari alla perfezione.



"The loneliness of the long distance runner" (1962) di Tony Richardson
Piccolo capolavoro del cinema inglese degli anni sessanta, “The loneliness of the long distance runner” ( tradotto malissimo dai 'titolisti' italiani con “Gioventù, amore e rabbia”) è un esempio di 'new wave' fuori dai confini di Francia, con uno stile a metà strada fra Truffaut e Godard, le cui opposte sensibilità visive sono qui mescolate e rivisitate con originalità.
Il regista ( vincitore di un Oscar nel 1964, con il suo “Tom Jones”), mostra tra l'altro una grande capacità narrativa nell'uso dei flashback, raccontando la storia di un giovane piccolo criminale britannico, nativo della città di Nottingham, con la passione per la corsa, che finisce in un istituto correzionale minorile, dove ha l'occasione di riscattarsi, grazie alle sue abilità sportive.

Eccellente interpretazione dell'attore protagonista, Tom Courtenay , forse solo un po' vecchio per la parte, ma dallo sguardo intenso, disperato e ribelle, molto azzeccato per il ruolo.

Birdman of Alcatraz (1962; L'uomo di Alcatraz) di John Frankenheimer

Monumentale interpetazione di Burt Lancaster, che presta la sua maschera da duro e la sua fisicità ( oltre ad una recitazione misurata ma intensa) al  personaggio di Robert Straub, americano di origini tedesche, che trascorre tutta la sua vita in carcere, essendo un pluriomicida.
Ciò che appare straordinario, oltre a colpire il fatto che la storia è realmente accaduta,  è come quest'uomo, all'inizio delle sue vicende, sia un tipo brutale e incline soprattutto all'azione, e attraverso un percorso interiore si elevi culturalmente e intellettualmente, grazie ad una scoperta passione ornitologica. 
Infatti, dal momento in cui durante la sua solitaria 'ora d'aria' trova un passerotto destinato a morte certa sotto la pioggia scrosciante e lo adotta, la sua esistenza cambierà per sempre, fino a diventare uno dei più stimati esperti di malattie degli uccelli al mondo.
Questa sua genialità conclamata è naturalmente un dono che natura gli fece, ma è avvincente il modo in cui, nonostante i tentativi del sistema carcerario di annullare la sua individualità e spogliarlo di tutto, comprese le attrezzature per studiare i volatili, quest'uomo abbia indomitamente e irrudicibilmente continuato a coltivare le sue inclinazioni allo studio, fino al giorno della sua morte. 



The great escape (1963; La grande fuga) di John Sturges 

Basato sul libro autobiografico di Paul Brickill, "La grande fuga" è un capolavoro action, il quale racconta la storia autentica di un gruppo di alleati prigionieri dei tedeschi nello Stalag 3, durante la guerra mondiale, che in parte riuscirono ad evadere da quel campo di prigionia.  
Memorabile anche per il casting che mise insieme tante star di hollywood, Steve Mcqueen, in cima a tutti gli altri. 



The hill (1965; La collina del disonore) di Sidney Lumet

Cool hand Luke (1967; Nick mano fredda) di Stuart Rosenberg 

Point blank (1967; Senza un attimo di tregua) di John Boorman

There was a crooked man (1970; Uomini e cobra) di Joseph L. Mankiewicz

Fortune and men's eyes ( 1971; In disgrazia alla fortuna e agli occhi degli uomini) di Harvey Hart

Detenuto in attesa di giudizio (1971) di Nanni Loy


Ottimo film kafkiano di Nanny Loy, che leva una vibrante denuncia contro il sistema giudiziario e penitenziario nostrano degli anni settanta, caratterizzato da una cieca burocratizzazione, farraginosità, ottusità, lentezza e profonda ingiustizia. Un vero mostro che può divorare un individuo conducendolo a limite della sopportazione umana, a prescindere dalla sua innocenza o colpevolezza.
“Ma cercate di ragionare. Come è possibile che potete fare quello che fate? “ - grida piangendo il personaggio di Giuseppe Di Noi, un geometra emigrato in Svezia per lavoro, interpretato da un magistrale Alberto Sordi, mentre i poliziotti lo incarcerano in una cella d'isolamento, senza nemmeno avergli spiegato il perchè sia stato arrestato e imprigionato-
Solo dopo qualche tempo scopre di essere stato accusato di omicidio colposo preterintenzionale di un tedesco, ma senza rivelargli in quali circostanze la vittima abbia perso la vita. Il DI Noi/Alberto sordi fa varie congetture, domandandosi dove e come possa avere causato la sua morte, mentre nel frattempo viene trasferito nel carcere di Regina Caeli a Roma e poi in quello di Sagunto.
E un altro detenuto in viaggio con lui con quale sodalizza, uno psicopatico assassino, gli da il consiglio di non illudersi troppo di risolvere in fretta la sua situazione, perchè “Niente è mai semplice quando hai a che fare con la giustizia. Ma calmo devi stare, sempre calmo. Ogni umiliazione la devi sopportare senza ribellarti, ogni ingiustizia senza protestare mai. Perchè basta una sola girata di testa, perchè voi dal carcere non possiate più uscirne”.
Una chicca un inconsueto Lino Banfi che intepreta senza eccessivo macchiettismo il ruolo del direttore del carcere di Sagunto e buone le riprese all'interno del penitenziario, incluse le sequenze della rivolta dei detenuti in potesta per le condizioni di vita al suo interno, che lo rappresentano efficacemente come realtà labirintica, claustrofobica e disumana.


Diario segreto di un carcere femminile (1973) di Rino Di Silvestro

Papillon (1973) di Franklin J. Schaffner

Prigione di donne (1974) di Brunello Rondi


Trama

La guida turistica di origini francesi Martine Fresienne (Martine Brochard), durante una visita a delle rovine romane si imbatte in un gruppo di giovani hippy dediti all'uso della droga e mentre cerca di aiutare uno di loro che pare stia male, scatta un blitz della polizia e anche lei viene arrestata.
Ad aggravare la situazione, uno degli hippy le ha messo una dose di droga in tasca a sua insaputa , forse per scaricare il barile su qualcun altro, e quindi la guida francese viene incarcerata e rinviata a giudizio dal pubblico ministero ( il bravo attore siciliano Corrado Gaipa , che qui ha un ruolo davvero marginale )
Così comincia il calvario della povera innocente, che al suo ingresso in carcere, denudata completamente, viene sottoposta ad una perquisizione rettale che la traumatizza.
Appena destinata alla sua cella, fa conoscenza con altre detenute, in testa alle quali c'è Susanna, una romanaccia, apparentemente dura ma dal buon cuore, interpretata dalla bella e dotata attrice Marilù Tolo ( Omaggio alla Magnani nella caratterizzazione di questo personaggio ? ), la quale si distingue fra le altre, per la prova eccellente fornita in questo film.
Martine si ambienta presto e appena fattasi coraggio cerca di istigare le compagne di cella all' affermazione della propria identità e quindi alla ribellione a"la orrenda macchina livellatrice", come Pellico definì efficacemente la prigione.
La morte di una detenuta causata dall'incuria medica delle suore scatena la rivolta delle ragazze che distruggono tutto e si vendicano su una delle sorelle, ma la sommossa viene sedata con il sangue dall'intervento delle forze dell'ordine.
Segue il trasferimento di Martine , Susanna, Gianna (Erna Schurer ) e altre ragazze ad un carcere di massimo rigore sito in un'isola misteriosa, dove neanche le visite sono permesse.
Nel nuovo penitenziario il direttore è un uomo anziano che vediamo passeggiare e fotografare il suo amato cane riesenshnauzer, sul quale per vendetta si accaniscono con crudeltà Susanna e Gianna uccidendolo.
La sequenza appare comunque di violenza gratuita contro un animale innocente e il regista avrebbe decisamente potuto risparmiarcela.
Invece appare rimarchevole l'eleganza stilistica con cui Rondi filma una delle ultime scene del film, quando le compagne di cella si abbandonano ad un orgia lesbica, ascoltanto il suono del mare che si infrange sugli scogli.
L'happy end c'è solo per Martine, che viene scarcerata una volta riconosciuta innocente.


Commento

Scritto a quattro mani dal regista esceneggiatore Brunello Rondi e dal criminologo Aldo Semerari, "Prigione di donne" si inserisce nel contesto del filone erotico WIP ( Women in prison) che ebbe discreta fortuna degli anni settanta.
Quasi tutti gli stilemi e motivi del genere sono rispettati, con il solito sadismo da parte delle guardie carcerarie (qui suore, capitanate dalla arcigna madre superiora e direttrice, interpretata dalla inquietante attrice Maria Quadimodo Cumani ) nudità femminili a iosa,un pò di lesbismo, soprusi e ingiustizie ai danni delle detenute.
Tuttavia,mancano sequenze di violenza sessuale che invece troviamo in film dello stesso filone, come quelli diretti dallo specialista spagnolo, il regista Jess Franco.
Sembra che Rondi, pressi meno dei suoi colleghi il pedale dell'sexploitation e che dietro il film, pur non eccelso, ci sia un sincero intento di denuncia sociale.
Le suore non ne escono benissimo come immagine cristiana e la sequenza del topo lanciato dentro il pentolone da una detenuta appena uscita dall'isolamento con la direttrice ignara che assaggia la sbobba contaminata per dimostrare che sia buona, senza accorgersi della bestia morta dentro è esilarante.
La trama è esile, ma per quello che vale, utile allo svolgimento del racconto carcerario.
Buone le musiche di Albert Verracchia, a parte un motivo tarantellato che apre il film e che ricorre altrove, il quale a nostro avviso non si integra bene con la narrazione drammatica. 
The longest yard (1974; Quella sporca ultima meta) di Robert Aldrich

Caged heat (1974; Femmine in gabbia) di Jonathan Demme

Pénitencier pour femmes / Frauengetänghis (1975; Penitenziario femminile per reati sessuali) di Jesus Franco

Short eyes (1977; Esecuzione al braccio 3) di Robert M. Young

Midnight express (1977; Fuga di mezzanotte) di Alan Parker

Escape from Alcatraz (1979; Fuga da Alcatraz) di D. Siegel

The Jericho mile (1979; Jericho mile) di Michael Mann 

Brubaker (1980), di Stuart Rosenberg

A lei do mas fraco (1980; Pixote, la legge del più debole ) di Babenco

Fuga per la vittoria (1981) di John Huston

Escape from New York (1981; 1997 ‒ Fuga da New York) di John Carpenter

Le mur (1983; La rivolta) di Yılmaz Güney

Me 'achorei hasoragim (1984; Oltre le sbarre) di Uri Barbash

Kiss of the spider woman (1985; Il bacio della donna ragno ) di Héctor Babenco

Bāykot (1985, Il boicottaggio) di Mohsen Makhmalbaf

Escape from L.A. (1996; Fuga da Los Angeles) di John Carpenter

Jian yu feng yun (1988; Prison on fire) di Ringo Lam

Mery per sempre (1989) di Marco Risi

"Un uomo innocente", (1989) di Peter Yates

Per qualità quasi un B-prison movie, nonostante l'autorevole firma di Yates, che si avvale della popolarità di un attore modesto,  ma imponente e dai mustacci molto amati dal pubblico televisivo, come Tom Selleck, per confezionarlo alla meno peggio. 
Da evidenziare  il tema dei conflitti razziali e soprattutto la fatalità del destino, sotto la veste del cieco e distorto sistema giudiziario, che può colpire duramente un innocente, seppure appartenente ad una agiata middle class americana, stravolgendone la vita tranquilla ed onesta.
Inoltre, emerge la natura umana nella sua versione più ferina, quando l'istinto di conservazione e la necessità di adattamento a condizioni altamente disagiate e minacciose, possono trasformare un uomo mite in un duro, capace persino di uccidere. 

Come see the Paradise (1990; Benvenuti in Paradiso) di A. Parker

American me (1992) di Edward James Olmos

Alien III (1992) di David Fincher

Fortress (1993; 2013 ‒ La fortezza) di Stuart Gordon

The shawshank redemption (1994; Le ali della libertà)  di Frank Darabont

"Le ali della libertà" (1994), di Frank Durabont
La sceneggiatura, curata dallo stesso regista del film, Durabont, è stata ispirata ad un piccolo racconto di Stephen King dal titolo "Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank" .
Nel giudizio complessivo, diremmo un buon film, anche se, nel descrivere il microcosmo dietro le sbarre, si saccheggia in modo sapiente ma non sempre originale tutta la cinematografia carceraria precedente, specie "Brubaker" e "Fuga da Alcatraz" tra i più recenti, toccando tutti i 'topos' fondamentali già visti e rivisti, e gli nuoce il lieto fine eccessivamente trionfale e poco credibile.

Quanto alla trama, L'ex bancario Andy Dufresne è processato e condannato all'ergastolo ingiustamente per l'omicidio di moglie ed amante. In prigione stringe amicizia con Ellis "Red" Redding, che si occupa di contrabbando di ogni cosa utile, e per suo tramite si procura un martellino con il quale, pazientemente ed incessantemente, scava la galleria attraverso la quale evaderà, in barba al meschino direttore del carcere.

Andy riesce a riparare in Messico dove, qualche tempo dopo, lo raggiunge il suo grande amico Red.

Dunque, da una parte è la storia di una grande amicizia e di un adattamento progressivo alle regole di sopravvienza in condizioni apparentemente impossibili da sostenere, dall'altra offre all'autore l'opportunità di denunciare come il sistema carcerario, nelle mani di due aguzzini, come il direttore e il capitano delle guardie di Shawshank, possa diventare una macchina punitiva che stritola gli esseri umani, sottoponendoli a torture psicologiche e fisiche di ogni tipo.

Interessante e psicologicamente sottile, la considerazione che emerge della prigione, sul fatto che essa,, oltre a costituire un inferno in terra, dopo lungo tempo vi sia detenuti, diventi una realtà fagocitante e omologante che 'istituzionalizzando' le persone, le rende (paradossalmente) poco desiderose di uscirne, in quanto inadeguate ormai, incapaci di tornare alla vita in libertà.

Non certo Andy Dufresne ( Tim Robbins) , comunque, il quale non smette mai di sperare e di lottare per la sua emancipazione.

Gli eroi non si piegano mai.

Dead man walking (1995; Dead man walking ‒ Condannato a morte) di Tim Robbins


The hurricane (1999) di Norman Jewison

The green mile (1999; Il miglio verde) di Frank Darabont

Ormai è fatta! (1999 ) di Enzo Monteleone

Animal factory (2000) di Steve Buscemi





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